Crisi in Medio Oriente, a Roma il turismo rallenta e l’economia dei servizi perde slancio
23/03/2026
Roma misura già gli effetti economici della crisi in Medio Oriente, e a farne le spese non è soltanto il comparto dell’ospitalità di fascia alta. Il rallentamento dei flussi turistici internazionali, che tocca in modo particolare la clientela proveniente dall’area mediorientale, dagli Stati Uniti e dal Pacifico, sta producendo ricadute visibili su alberghi, ristoranti, bar e commercio urbano, proprio mentre la Capitale guardava al 2026 come all’anno della consolidata ripartenza post Giubileo.
A fotografare la situazione è Sergio Paolantoni, presidente di FIPE-Confcommercio Roma e vicepresidente di Confcommercio Roma, che in un’intervista al Corriere della Sera – Cronaca di Roma descrive un quadro già segnato da cancellazioni, minori consumi e crescente preoccupazione tra gli operatori. Il punto centrale, nella lettura di Paolantoni, è semplice e insieme pesante nelle sue conseguenze: quando si ferma il turismo internazionale ad alta capacità di spesa, l’impatto si allarga rapidamente a tutta la filiera urbana dell’accoglienza.
Pasqua più debole, tra disdette e minori consumi nei pubblici esercizi
Il dato che emerge con maggiore forza riguarda il periodo pasquale. Secondo le stime riportate da Paolantoni, gli alberghi della Capitale stanno registrando tra le 5 e le 6 mila prenotazioni in meno. Un numero che, tradotto nella vita concreta della città, significa anche circa 10 mila tra colazioni, pranzi e cene che non verranno consumati. È questa la misura più efficace per comprendere come una frenata del turismo non resti confinata alle camere d’albergo, ma si trasferisca immediatamente su ristorazione, somministrazione e commercio.
La flessione dell’indotto colpisce infatti in profondità quel tessuto di attività che vive della presenza diffusa dei visitatori: dai ristoranti del centro ai bar di quartiere, fino ai negozi che intercettano una clientela internazionale abituata a una spesa più generosa. Il punto sottolineato da FIPE-Confcommercio Roma è importante perché corregge una lettura troppo semplificata del fenomeno. Non sparisce soltanto il turista del lusso. Quando un collegamento aereo da Dubai o da altri mercati strategici porta meno persone, a mancare è l’intera composizione del viaggio, dai clienti di fascia alta a quelli con una spesa media ma costante, che contribuiscono in modo decisivo alla tenuta dell’economia urbana.
L’effetto del conflitto arriva nel momento meno favorevole
Il rallentamento arriva in una fase che per Roma avrebbe dovuto avere un segno opposto. Il 2026, nella previsione degli operatori, era considerato l’anno del rimbalzo successivo al Giubileo, una finestra tradizionalmente favorevole per l’economia turistica della città. Dopo il grande evento religioso, infatti, il sistema dell’accoglienza si aspettava di capitalizzare il lavoro fatto, l’attenzione internazionale accumulata e l’innalzamento qualitativo dei servizi.
L’improvvisa estensione del conflitto ha invece interrotto questa prospettiva, congelando movimenti, decisioni di viaggio e capacità di programmazione. Le parole utilizzate da Paolantoni restituiscono bene il clima del momento: i flussi si sono rallentati, in alcuni casi quasi cristallizzati. È un’immagine che racconta un mercato improvvisamente sospeso, in cui la domanda estera si ritrae proprio quando il settore avrebbe avuto bisogno di continuità e fiducia.
L’aspetto più delicato è che la crisi non si limita a un calo numerico delle presenze, ma intacca anche le aspettative delle imprese. Alberghi, pubblici esercizi e attività commerciali avevano costruito la primavera e l’estate su un’ipotesi di crescita. Oggi quella previsione viene ridimensionata da un contesto internazionale che agisce in modo diretto sulla scelta di partire, sulla durata dei soggiorni e sul livello di spesa.
La risposta delle imprese: difendere la qualità senza inseguire il ribasso
Di fronte a una contrazione della domanda, la tentazione di abbassare i prezzi potrebbe sembrare una scorciatoia. Paolantoni, però, esclude con nettezza questa ipotesi e difende la linea della qualità. È una posizione che ha una sua logica precisa. Roma, negli ultimi anni, ha lavorato per rafforzare il profilo dei propri servizi, migliorare l’offerta e consolidare un’immagine più competitiva sul piano internazionale. Intervenire oggi con politiche di ribasso generalizzato rischierebbe di compromettere questo percorso, trasformando una difficoltà congiunturale in un arretramento più profondo.
L’idea, dunque, è resistere preservando il livello di eccellenza raggiunto, nella speranza che il ritorno alla normalità consenta al comparto di recuperare almeno una parte della stagione primaverile ed estiva. È una scelta che richiede solidità e capacità di tenuta, soprattutto per quelle imprese che vivono di margini già compressi e che dipendono in misura sensibile dalla presenza internazionale.
Confcommercio Roma ha annunciato che continuerà a monitorare l’evoluzione del quadro e a portare nelle sedi istituzionali le esigenze delle imprese del territorio. Il passaggio non è secondario. In momenti come questo, il problema non riguarda soltanto la perdita immediata di fatturato, ma la necessità di tutelare un comparto che rappresenta una quota essenziale dell’economia cittadina. Quando il turismo rallenta, Roma non perde soltanto visitatori: perde energia commerciale, occupazione diffusa e capacità di trasformare la propria attrattività in lavoro stabile.