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Giornata internazionale dell’educazione: perché conta e cosa chiede il tema 2026

26/01/2026

Giornata internazionale dell’educazione: perché conta e cosa chiede il tema 2026

Il 24 gennaio è la data in cui le Nazioni Unite richiamano ogni anno l’attenzione mondiale su un punto spesso dato per scontato finché non manca: l’educazione come infrastruttura civile. Oggi è 26 gennaio, due giorni dopo la ricorrenza, e proprio questa distanza minima aiuta a coglierne il senso reale: la giornata non vive di una celebrazione “a calendario”, ma serve a riaprire una discussione che riguarda scuole, famiglie, istituzioni culturali, imprese, amministrazioni pubbliche, con ricadute dirette su coesione sociale, diritti e sviluppo.

La Giornata è stata proclamata dall’Assemblea Generale ONU con la risoluzione A/RES/73/25, che stabilisce il 24 gennaio come International Day of Education e invita Stati e organizzazioni a promuoverne gli obiettivi.

Perché l’ONU dedica un giorno all’educazione

Nella cornice ONU e UNESCO, l’educazione viene descritta come diritto umano, bene pubblico e responsabilità condivisa; non è una formula di rito, perché chiama in causa il modo in cui una società distribuisce opportunità e prepara le persone a partecipare alla vita economica e democratica.

Il collegamento con l’Agenda 2030 è immediato: senza istruzione inclusiva e di qualità (l’obiettivo SDG 4) diventa più difficile ridurre disuguaglianze, promuovere parità di genere, rafforzare la cittadinanza digitale, prevenire conflitti. La stessa pagina ONU dedicata alla ricorrenza insiste sul ruolo dell’educazione per pace e sviluppo sostenibile e, per il 2026, rimanda alle iniziative UNESCO che coinvolgono giovani e decisori internazionali.

Il tema ufficiale 2026: i giovani come co-autori dell’educazione

Per il 2026 il messaggio guida è esplicito: “The power of youth in co-creating education”, cioè il potere dei giovani nella co-creazione dell’educazione. L’idea di fondo è che studenti e under 30 non vadano trattati come destinatari finali di politiche già confezionate, ma come agenti di cambiamento capaci di contribuire a rendere l’apprendimento più rilevante, inclusivo e orientato al futuro.

Tradotto in pratiche, significa progettare spazi di ascolto veri (non consultazioni simboliche), aprire tavoli con rappresentanze studentesche e associazioni giovanili, integrare competenze digitali e cittadinanza critica nei percorsi formativi, riconoscere che molte innovazioni utili — dai linguaggi ai format didattici — nascono già nelle comunità di studenti quando vengono messe nelle condizioni di sperimentare.

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Annalisa Biasi

Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to