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Salari bassi, le conferme che deprimono. Salario minimo, non pervenuto.

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di Redazione

16/08/2025

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Sono stati pubblicati dall’Istat i dati relativi ai Contratti collettivi di lavoro e alle retribuzioni contrattuali del primo trimestre 2025. L’Istituto segnala, per il mese di marzo, un aumento su febbraio dello 0,4% e del 4% rispetto a marzo 2024. Il che recupera, almeno in parte, la perdita del potere d’acquisto registrata nel biennio 2022-2023. Ma, come segnalano a via Cesare Balbo, il gap rimane considerevole. Le retribuzioni reali di marzo scorso registrano infatti ancora un -8% rispetto a quelle di gennaio 2021. Una differenza a dir poco vergognosa, così la definisce l’Unione Nazionale Consumatori. Il cui presidente, Massimiliano Dona, sente persino l’urgenza di una legge che, nel caso in cui si vada oltre i due anni per i rinnovi contrattuali, possa garantire il ripristino della “scala mobile”, almeno per le fasce fino a 35000 euro. Effettivamente, nella politica economica del nostro Paese, quella di “giocare” sui ritardi dei contratti appare come una pratica consolidata negli anni, un modo efficace per tenere a bada la crescita salariale e tenerla lontana dai ritmi vorticosi dell’inflazione. Eppure l’Istat sostiene che alla fine di marzo 2025 i contratti in attesa di rinnovo riguardavano il 47,3% dei dipendenti totali. E precisa che nell’ultimo anno (da marzo ’24) ci sono voluti poco più di 23 mesi, in media, per cercare un accordo tra le parti datoriali e quelle sindacali. Prima ne occorrevano ventinove. Tutto sommato, potrebbe trattarsi di un dato positivo. Ma, a ben vedere, il biennio 2022-2023, sappiamo bene i motivi, è stato un periodo di inflazione praticamente fuori controllo. Tale da determinarne, come afferma lo stesso Istituto, nell’arco 2021-2024, un’impennata pari al 19,7%. Nello stesso periodo, parliamo sempre di dati Istat, le retribuzioni, quelle nominali, sono cresciute dell’8,6%, quelle reali non sono andate oltre il 9,3%. Considerando che il “salario minimo”, in Italia, sembra ancora una conquista piuttosto lontana, viene facile giustificare la definizione di “salari bassi”. Specie quando a pronunciarsi in merito è l’ILO, l’Organizzazione internazionale del lavoro, che, nel Rapporto mondiale sui salari, parla di una dinamica salariale negativa sul lungo periodo, nel nostro Paese. A supporto, c’è un dato piuttosto preoccupante: in Italia i salari reali di oggi sono inferiori dell’8,7% di quelli del 2008. Più in generale, si legge nel rapporto, l’Italia vanta la perdita di potere d’acquisto peggiore d’Europa, almeno quella occidentale. Quanto basta per essere il fanalino di coda anche tra i Paesi del G20. C’è un punto di cui bisogna tener conto. Quello della destinazione degli utili. La cosiddetta “quota profitto” delle nostre imprese è superiore di tre punti percentuali alla media europea. Un altro modo per dire che in Italia difficilmente si pensa di investire per il lavoro. Ne sono consapevoli i sindacati ma, nel contempo, fanno fatica a cercare la via giusta per incidere sulla soluzione dell’annoso problema.   E il Presidente Mattarella, intervenuto in occasione del 1° maggio, sottolinea il fatto che sempre più famiglie non reggono il costo della vita e che i livelli bassi dei salari incidono anche sul preoccupante calo demografico. 
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